Friday, April 10, 2009

March 2009




Hello to everybody, now I am working on a short movie and I show you some photos behind the scenes:
We are now working on the editing and on the music.
Many people collaborate and it's almost done.
I will let you know very soon....

Wednesday, March 4, 2009

Una Vespa Insulsa, Febbraio 2009

La forma è quella di una donna, ma è color della viola, è una vedova tirchia, certo di classe.
E’ anziana ma non troppo e non è la bruttezza a pungere l'occhio. Sono i modi intonacati e la puzza di fintume infradicito ad appestare la sala. Non di un palco, ma solo dell’ala ovest di un caffè come un altro.
Sorride come una vecchia zanzara zoppa: la boccuccia trapezoidale si tira e stringe a molla, in balia di tensioni invisibili né dicibili. I capelli stan sù ad altare, merito di un’impalcatura interna e di un’overdose di lacca: una vera e propria gabbia di lucciole!
Spaventosa mentre ride. Aspra, i due occhi fissano per un po’ il lampadario, come se avesse scovato un piccolo genio lassù appollaiato poi, memore di una presenza grassa arancione e liscia dall’altra parte del tavolino rotondo, a caccia delle sue orbite, prima se la ingrazia, poi la accusa. O forse accusa, qualcun altro.
Un fantasma giace lì essicato sulle sue ginocchia!
E poi…chissà che farà ora…e chissà questa zanzara marionetta quanti mariti deve aver ammazzato, con quel bel fermaglio di praline viola che c’ha in testa.
Se si fosse rivolta a me e avesse detto magari una parolaccia a bruciapelo pretestuosa per tirarmi fuori da questi malsani pensieri, l’avrei ringraziata.
Oppure un gesto d’amore improvviso, mi avesse lanciato un bacio, ed io, come a tennis, glielo avessi rilanciato con una racchetta finta oppure vera, comparsa dal nulla nelle mie mani. Oppure sarebbe stato buffo se avesse esibito una sessualità brutale per un secondo, l’avrei spiata con la coda dell’occhio, ed avrei creduto di vedere non so cosa, e poi una polverina magica avesse avvolto e coperto il non so cosa e non me ne sarebbe importato più nulla.
Invece si è alzata, facendo crollare a terra un castello di forme geometrizzate. Si è ricomposta dal gingillio buffo-accusatorio, calata la gonna sotto le ginocchia ed è sparita dietro le mie spalle, portando via con sé il viola di vedova e l’arancio della grassona liscia.
Ma bizzarro, attorno al tavolino è rimasto tutto più vivo che mai.
Giace scomposta una vuotezza invisibile, minimalista e decorativa e un foglio bianco senza segno. Ha lasciato me senza nulla da schifare, senza nulla di cui aver paura o da odiare. Ha lasciato me a me.
Al mio buco nero che un altro fil di vento ha fatto fischiare.

Tuesday, February 3, 2009

Winter 2008/09

Ciao! This is my last artwork, made in January. I will post soon more pictures of the same type. I am looking to exhibit my photos somewhere in NY soon. So, if you are interested in buying something or you know anybody who might be interested, any advice, write at my email address. Thank you.
 Laura Ghiandoni 

Wednesday, January 28, 2009

New York, Manhattan, Fall 2008

Sorridi/Smile 2006




















MorganTown/2008




MorganTown



Morgan Town è qui e per ora questo nome è pura ironia. Chi la chiama e dice di abitarci, segretamente ne è imbarazzato, evita i commenti. Sono un bar, un cafè ed un alimentari ed una galleria d’arte. Ed è tutto, e siamo lontani venti minuti in subway da Manhattan, con i suoi fuochi d’artificio e questo è un altro mondo e i fiori li guardi spuntare dal cemento,giorno dopo giorno andando a prendere il treno. Le case sono fabbriche e loft, gli abitanti sono operai sudamericani e artisti ancora ben sommersi, sommersi di lavoro, di tasse e di fatiche. All’uscita della subway ci sono i cementifici, due torrette di guardia una a destra, una a sinistra, sono i castelli. A guardare giù non c’è nessuno, ma se ci fosse stato avrebbe avuto la pelle olivastra come la mia avrebbe fischiato al passaggio di una bella donna con la pelle olivastra come la sua e poi detto qualche cosa in spagnolo. I camion entrano, li sciaquano, li caricano, escono.Gli operai si sarebbero girati, tutti nella stessa direzione, tutti a dire Beautiful calcando troppo tutto, sia le vocali che le consonanti. E poi di nuovo la routine. I camion arrivano, li sciaquano, li riempono, ripartono. E chi sa dove vanno.
La terra che non c’è, che non vorrebbe esserci ancora, nascosta sotto il cemento e la polvere di cemento secco. La terra che ci sarà in un futuro, ma che ancora non si mostra. C’è chi lo vede il futuro e chi no. Chi non lo vede quando è estate è lì fuori sorridente e grasso a sorseggiare una birra, ha tanti figli e una moglie anche lei grassa che griglia hot dogs sul marciapiede, non sente la puzza del cemento che fonde, balla musica sudamericana e se ci sono 40 gradi all’ombra fa esplodere le fontane antiincendio e corre per la strada con dei secchi pieni d’acqua e prima si bagna lui e poi lancia pentole colme d’acqua sugli altri, i figli, i cugini, i nipoti, chiunque sia, tutti sono stati invitati, qualsiasi età e sesso, a sorridere e scherzare con una birra in mano. E se la festa è finita ed è solo siede pacatamente su una sedia di plastica e guarda l’acqua scorrere dopo aver fatto saltare la fontana antiincendio, regalo di dio e dello stato, puro spettacolo naturale, ne osserva il getto potente sgorgare a non finire mai, correre fino alla botola della fogna, seguire la pendenza della strada battuta dai camion, creare all’inizio una pozzanghera poi un vero e proprio fiume colare giù con forza, scivolare laggiù nei recessi del mondo, dove le cose scompaiono.
Ma ora è inverno, e proprio ora nevica furiosamente.
Chissà, si scalderanno facendo l’amore e qualche altro figlio e il sorriso è ancora lì forse dato dalla gioia di chi supera le catastrofi di cui la vita è prodiga.
E poi gli altri operai, sporchi e puzzolenti, sopra e sotto le macchine a rovistare aggiustare, lavare, pitturare, affettare , pulire, caricare, scaricare, parcheggiare, e ripartire. E’ quello che fa la gente onesta che crede nel lavoro, la gente che ha una morale e spera di sfuggire agli ingranaggi con cui la società ti strozza.

Morgan Town ha i suoi propri venti ed è ne mezzo del deserto della modernizzazione industriale nell’epoca della globalizzazione.Vento di Bakery su Porter Avenue alle 10 del mattino e alle 7 di sera, porta il profumo di torta di mele e biscotti burrosi.
Pasta per cani su Grattan ventiquattro ore su ventiquattro e da Ingraham Street, seashells, una fabbrica cinese lavora le conchiglie, le sminuzzano per farci è meglio non sapere cosa.
Sì, qui l’aria spesso è qualche cosa di puzzolente, qualcosa che è fastidioso respirare e devi per forza concentrarti su un futuro di rosa, sapone, lavanda, in cui sarai un artista riconoasciuto ricco e perciò felice, e rilascerai interviste su quando vivevi a MorganTown, e ricorderai con un sorriso. Per ora cammina dritto da casa tua alla subway, non sorridere e non ti guardare intorno, rischi di rovinarti gli occhi e la sensibilità visiva lungamente coltivata, rischi di essere catturato dal grigiore, dalla bestialità sintetica dell’architettura funzionale.Vai in palestra ad assicurarti una lunga vita oppure vai alla tua internship, non pagata, oppure al negozio d’abbigliamento vintage e quando torni a casa mangia la tua preziosa zuppa biologica, e sorseggia con calma tuo drink biologico, e non dimenticare di mettere nella borsa vintage il tuo snack alla carota, biologico.
Ma chi se ne frega degli hipster, pseudo artisti, affatto ribelli e tutti in uniforme, dov’è la cultura? L’intelligence americana? C’è, è nascosta e parla attraverso i giornali forse?Oppure vive su internet?
Dietro una scrivania e un computer e di fronte a un letto a baldacchino su un pavimento in forte pendenza cerca lavoro forsennatamente, perché a New York anche ora tutto è possibile e la cultura frutta miliardi.
Eppure esiste, è qui. Vive sotto la polvere ha la forma di una storia che nessuno vuole sentire perché c’è poco da dire e per ora aspettiamo che sia il tempo, dio, lo stato, il dollaro, che uno alla volta o che tutti insieme ci soffino sopra.